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CONGRÈS
SLPcf

Il ben-essere e il ben-dire

XXIII Congrès national SLP-cf
13 et 14 juin 2026 - MILAN

Le congrès se déroulera uniquement en présentiel et sera ouvert à tous.

Lors du XXIIIe congrès de la SLPcf, nous interrogerons une nouvelle fois ce qui distingue la psychothérapie, le bien-être, de l’expérience psychanalytique, le bien-dire.

Déjà en 1983, lors du congrès de Milan sur « Les effets thérapeutiques de l’expérience psychanalytique », Jacques-Alain Miller avait posé la question de savoir s’il fallait sacrifier la psychanalyse à la thérapie, en nous rappelant que le désir de l’analyste, la position de l’analyste, tient la thérapie à distance.

En Italie, depuis 1989, après l’approbation de la loi Ossicini, la psychanalyse a été intégrée dans les psychothérapies et bénéficie de la « protection » de l’État.

Mais deux ans plus tard, en 1991, lors du congrès de Venise sur « Psychothérapie et psychanalyse », Jacques Alain Miller dira que, puisque la pratique de l’analyste remet en question l’ordre social et ses valeurs, l’analyste n’est identifiable par l’État que « dans la partie inférieure du graphe, car il est en position d’effectuer une thérapie par identification, mais il ne l’est pas dans la partie supérieure du graphe, c’est-à-dire dans la partie où il refuse le pouvoir qu’il a ».

Il est temps de nous demander : qu’en est-il aujourd’hui de la psychanalyse ?

Amelia Barbui

“L’analista è Giano, perché si trova in un punto, in A, in cui può aprire o chiudere la porta dell’analisi: o riporta il soggetto al corto circuito dell’identificazione, o apre un altro circuito, più lungo, che si trova sul grafo di Lacan e la cui porta di entrata è il luogo dell’Altro. Ciò vuol dire che dipende dalla posizione adottata dall’analista: se si identifica egli stesso allo psicoterapeuta, chiude questa porta, e soltanto se rifiuta di essere psicoterapeuta apre la porta.”

J.-A. Miller

Nel 1950, al primo Congresso mondiale di psichiatria, Lacan intervenne nella sessione “Psicoterapia, psicoanalisi” precisando che: “i frutti della nostra tecnica non possono essere apprezzati rettamente se non alla luce della nozione di verità. …  La verità che sarà la sua |del soggetto| salvezza non è in vostro potere dargliela … Essa è quando il soggetto la realizza, e se voi siete lì pronti a rispondere quando essa arriva, non potete forzarla prendendo la parola al suo posto.”

Tre anni dopo, nel discorso di Roma ribadì che la via psicoanalitica esclude ogni oggettivazione. “Non si tratta di passare da un piano inconscio, sprofondato nel buio, al piano conscio, sede della chiarezza, per mezzo di non so quale misterioso ascensore. È proprio questa l’oggettivazione con cui il soggetto tenta ordinariamente di eludere la propria responsabilità, ed è pure qui che i soliti millantatori dell’intellettualizzazione manifestano la loro intelligenza impegnandola ancora di più.”

Nel discorso di chiusura del Congresso dell’Ecole Freudienne di Parigi – Strasburgo13 ottobre 1968 – su Psicoterapia e psicoanalisi concluse il suo intervento, dopo aver dedicato il Seminario, che lo aveva preceduto, all’atto psicoanalitico, con queste parole: “La differenza, perché non dirlo in questo modo, è che una psicoterapia è un tripotage (intrallazzo/broglio) riuscito, mentre la psicanalisi è un’operazione nella sua essenza destinata a fallire. Ed è questa la sua riuscita.”

Sono alcuni spunti per orientare la preparazione del prossimo Convegno SLP, mettendo in tensione il ben-essere della psicoterapia con il ben-dire della psicoanalisi e tenere vivi i tre doveri dello psicoanalista che Jacques- Alain Miller ha enunciato nel 1991 al Convegno GISEP di Venezia, due anni dopo l’approvazione della legge Ossicini che ha stabilito le condizioni per l’esercizio della psicoterapia che da allora ha acquisito grande potere politico sociale, agendo sul benessere mentale dei pazienti.

Che ne è della psicoanalisi?

“La psicoanalisi, ci ricorda Miller, non può riconoscersi nello specchio che le viene teso dallo Stato perché in esso la psicoanalisi appare come psicoterapia.”

Il Convegno è dunque l’occasione per reinterrogare i tre doveri dello psicoanalista.

Primo: essere un analista

Secondo: rendere edotto il pubblico di ciò che è uno psicoanalista, di ciò che non sa e di ciò che può promettere.

Terzo: la sua responsabilità di proporzionare gli effetti analitici alla capacità del soggetto di sopportarli.

Amelia Barbui