The conference will be held in person only and will be open to all.
At the 23rd SLPcf Conference, we will once again re-examine what distinguishes psychotherapy, well-being, from the psychoanalytic experience, well-speaking.
Back in 1983, at the Milan Conference on “The Therapeutic Effects of the Psychoanalytic Experience”, Jacques-Alain Miller raised the question of whether psychoanalysis should be sacrificed to therapy, reminding us that the analyst’s desire, the analyst’s position, keeps therapy at bay.
In Italy, since 1989, following the approval of the Ossicini law, psychoanalysis has been incorporated into psychotherapies and enjoys the ‘protection’ of the State.
But two years later, in 1991, at the Venice Conference on ‘Psychotherapy and Psychoanalysis,’ Jacques Alain Miller said that, since the analyst’s practice calls into question the social order and its values, the analyst is not identifiable by the state except “at the bottom of the graph, in that he is in a position to carry out therapy by identification, but not at the top of the graph, that is, in the part where he rejects the power he has”.
It is time to ask ourselves: what has become of psychoanalysis?
Amelia Barbui
“L’analista è Giano, perché si trova in un punto, in A, in cui può aprire o chiudere la porta dell’analisi: o riporta il soggetto al corto circuito dell’identificazione, o apre un altro circuito, più lungo, che si trova sul grafo di Lacan e la cui porta di entrata è il luogo dell’Altro. Ciò vuol dire che dipende dalla posizione adottata dall’analista: se si identifica egli stesso allo psicoterapeuta, chiude questa porta, e soltanto se rifiuta di essere psicoterapeuta apre la porta.”
J.-A. Miller
Nel 1950, al primo Congresso mondiale di psichiatria, Lacan intervenne nella sessione “Psicoterapia, psicoanalisi” precisando che: “i frutti della nostra tecnica non possono essere apprezzati rettamente se non alla luce della nozione di verità. … La verità che sarà la sua |del soggetto| salvezza non è in vostro potere dargliela … Essa è quando il soggetto la realizza, e se voi siete lì pronti a rispondere quando essa arriva, non potete forzarla prendendo la parola al suo posto.”
Tre anni dopo, nel discorso di Roma ribadì che la via psicoanalitica esclude ogni oggettivazione. “Non si tratta di passare da un piano inconscio, sprofondato nel buio, al piano conscio, sede della chiarezza, per mezzo di non so quale misterioso ascensore. È proprio questa l’oggettivazione con cui il soggetto tenta ordinariamente di eludere la propria responsabilità, ed è pure qui che i soliti millantatori dell’intellettualizzazione manifestano la loro intelligenza impegnandola ancora di più.”
Nel discorso di chiusura del Congresso dell’Ecole Freudienne di Parigi – Strasburgo13 ottobre 1968 – su Psicoterapia e psicoanalisi concluse il suo intervento, dopo aver dedicato il Seminario, che lo aveva preceduto, all’atto psicoanalitico, con queste parole: “La differenza, perché non dirlo in questo modo, è che una psicoterapia è un tripotage (intrallazzo/broglio) riuscito, mentre la psicanalisi è un’operazione nella sua essenza destinata a fallire. Ed è questa la sua riuscita.”
Sono alcuni spunti per orientare la preparazione del prossimo Convegno SLP, mettendo in tensione il ben-essere della psicoterapia con il ben-dire della psicoanalisi e tenere vivi i tre doveri dello psicoanalista che Jacques- Alain Miller ha enunciato nel 1991 al Convegno GISEP di Venezia, due anni dopo l’approvazione della legge Ossicini che ha stabilito le condizioni per l’esercizio della psicoterapia che da allora ha acquisito grande potere politico sociale, agendo sul benessere mentale dei pazienti.
Che ne è della psicoanalisi?
“La psicoanalisi, ci ricorda Miller, non può riconoscersi nello specchio che le viene teso dallo Stato perché in esso la psicoanalisi appare come psicoterapia.”
Il Convegno è dunque l’occasione per reinterrogare i tre doveri dello psicoanalista.
Primo: essere un analista
Secondo: rendere edotto il pubblico di ciò che è uno psicoanalista, di ciò che non sa e di ciò che può promettere.
Terzo: la sua responsabilità di proporzionare gli effetti analitici alla capacità del soggetto di sopportarli.
Amelia Barbui